Mi capita sempre più spesso che amici o clienti mi riferiscano di sospettare di avere l’ADHD dopo aver visto sui social video da trenta secondi che elencano “5 segnali che hai l’ADHD”. Secondo contenuti di questo tipo, dimenticare le chiavi, avere troppe schede aperte sul browser o distrarsi durante una conversazione, sono prove inconfutabili di un disturbo del neurosviluppo.
Osservando questo fenomeno, provo sentimenti contrastanti: da un lato il sollievo nel vedere sdoganato un tema a lungo rimosso; dall’altro, la preoccupazione per una banalizzazione che rischia di trasformare una diagnosi complessa in un’etichetta di moda.
Il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD) è classificato dal DSM-5 all’interno dei Disturbi del Neurosviluppo. Nell’ottica psicodinamica, tuttavia, sappiamo che un sintomo — come la difficoltà a concentrarsi — non è mai un elemento isolato. È un segnale che va letto all’interno della storia della persona, del suo contesto relazionale e del suo assetto emotivo.
Tale complessità non può essere ridotta a una checklist di Instagram. Una diagnosi seria nasce da un processo clinico rigoroso che include:
- Anamnesi approfondita: la storia dello sviluppo, fin dall’infanzia.
- Test standardizzati e reattivi: strumenti validati che misurano le funzioni esecutive, interpretati dal clinico.
- Osservazione clinica: la capacità di distinguere se quella disattenzione sia figlia di una base neurobiologica, di una crisi esistenziale, di un trauma o di un’ansia da prestazione.
Ma perché questi contenuti social hanno tanto successo? Perché offrono quella che potremmo definire una “validazione a basso costo”:
- Sollevano dal senso di colpa: molti di noi si sentono “sbagliati” o “pigri”. L’etichetta ADHD agisce come un’assoluzione immediata.
- L’effetto Barnum: il fenomeno per cui tendiamo a rivederci in descrizioni generiche ritenendole cucite su di noi. Molti sintomi elencati nei reel sono talmente comuni che chiunque, in una società ricca di iper-stimoli come la nostra, potrebbe rispecchiarvisi.
Sui social, l’etichetta ADHD viene spesso usata come spiegazione universale a ogni fatica quotidiana. Questo serve forse a dare un sollievo immediato, ma rischia di diventare una “diagnosi-rifugio” che blocca la crescita anziché favorirla. Se ci convinciamo che tutto dipenda esclusivamente da un cablaggio cerebrale immutabile, perdiamo di vista la nostra capacità di scelta e di trasformazione. Il rischio è quello di smettere di “abitare la propria vita” per iniziare a recitare la parte del paziente.
Nel mio lavoro sul potenziamento dei processi di apprendimento, vedo spesso ragazzi e adulti che soffrono non per una mancanza di capacità, ma per un “rumore di fondo” emotivo che impedisce alla mente di concentrarsi. Se chiudiamo subito il cerchio con una diagnosi frettolosa fatta su TikTok, togliamo alla persona la libertà di esplorare cosa sta realmente accadendo nel suo mondo interiore.
Una diagnosi professionale non serve a dare un’etichetta per definirsi, ma a trasformare quel senso di confusione in una consapevolezza reale. Non è un punto di arrivo, ma l’inizio di un percorso. Se senti che la tua attenzione o quella di tuo figlio è in crisi, non affidarti a un algoritmo. Cerca uno spazio di ascolto dove la tua storia venga prima dei tuoi sintomi. Perché la consulenza è, prima di tutto, lo spazio dove la crisi diventa consapevolezza e la consapevolezza diventa scelta. Anche la scelta di non farsi definire da un hashtag.