Superare il “non ci riesco”: come una matita ha cambiato il ritmo di apprendimento

Bambino che indica il livello di progresso su una matita tenuta da un'educatrice

C’è un momento preciso, nel lavoro con i bambini che faticano ad apprendere, in cui il corpo parla prima della voce. È il momento in cui le spalle si curvano, la testa cade bassa sul petto e la sedia sembra diventare un luogo di sconfitta. È la resa di fronte a quella che appare come una montagna insormontabile: una poesia, una tabellina, un compito.

Recentemente, mentre seguivo un piccolo studente proprio nella memorizzazione di una poesia, ho visto quel crollo. La frustrazione di “non saperla bene” stava per trasformarsi nell’ennesima rinuncia. In quel momento, ho preso una matita. L’ho mostrata al bambino come se fosse un termometro e gli ho chiesto: “Secondo te, a che livello di apprendimento sei arrivato?”.

Lui ha indicato un punto molto basso, circa un quinto della matita. Ma in quella domanda c’era un seme di cambiamento: il bambino non era più “bravo” o “cattivo”, ma si trovava in un punto di un percorso. Alla domanda successiva — “Cosa puoi fare per salire un po’?” — la risposta è stata una decisione spontanea: ha ripetuto ancora la poesia. Ripetizione dopo ripetizione, il suo dito saliva lungo la matita. Alla fine, la poesia era impressa nella mente e il sorriso era tornato sul volto.

L’autonomia come “volontà libera”

Questo episodio mi ha ricordato il messaggio suggerito da Erik Erikson: la volontà nasce dalla possibilità di scegliere e di autoregolarsi. Per un bambino, l’autonomia non è “fare da soli” in senso assoluto, ma sentire di avere il potere di influenzare il proprio apprendimento. Quando un bambino si abbatte, sta sperimentando quella che Erikson chiama vergogna e dubbio: il timore di essere incapace e il dubbio sul proprio valore.

Il “termometro-matita” ha funzionato perché ha restituito al bambino il controllo. Ha trasformato un giudizio esterno (lo so o non lo so?) in una valutazione interna (a che punto sono?). Questa è la base della funzione riflessiva: imparare a osservare la propria mente mentre lavora.

Guardare oltre il sintomo della rinuncia

Dal punto di vista del PDM-2 (Manuale Diagnostico Psicodinamico), la tendenza ad arrendersi spesso non è pigrizia, ma una difesa contro un’angoscia profonda. Se non ci provo, non posso fallire davvero.

In questo approccio, la profondità del mio lavoro non si ferma alla tecnica di memoria, ma guarda alla totalità del bambino:

  • La regolazione emotiva: Aiutarlo a gestire il “peso” quando si sente schiacciato dalle difficoltà.
  • L’autostima: Sostituire l’immagine del sé “difettoso” con quella di un esploratore che sale lungo un percorso.
  • La relazione: Essere lì non come giudice, ma come testimone di un progresso che appartiene a lui.

Il ruolo dell’adulto: da correttore a specchio

Spesso, come genitori o educatori, siamo tentati di dire: “Dai, che la sai!” o “Riprova ancora una volta”. Ma queste frasi restano esterne. Lo strumento rudimentale della matita, invece, ha agito come uno specchio. Ha permesso al bambino di visualizzare il suo sforzo e i suoi progressi e di sentirsi artefice del suo percorso .

L’autonomia nasce quando il bambino smette di studiare “per l’altro” (per non essere rimproverato) e inizia a studiare “per sé”, godendo del piacere di vedere il proprio dito salire lungo quella matita.

Conclusione

Ogni bambino ha il suo “termometro” interno. Il nostro compito come professionisti e genitori è aiutare a trovarlo, studiando a lungo ogni caso per capire quali sono i pesi che impediscono di volere liberamente. Perché, alla fine, imparare una poesia è solo un pretesto: il vero obiettivo è imparare che, con i giusti strumenti, si può sempre salire di un passo.

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