Se la diagnosi non è il destino: ripartire dall’autostima nei DSA

Bambino con DSA

Ricevere una diagnosi di Dislessia, Discalculia o un altro Disturbo Specifico dell’Apprendimento (DSA) per un figlio è spesso un momento difficile. Da un lato c’è il sollievo di aver dato un nome alle fatiche scolastiche; dall’altro, compare il timore che quel nome diventi una sentenza, capace di definire l’identità e le possibilità di apprendimento futuro del bambino.
Ma è proprio dove finisce la diagnosi clinica e che occorre focalizzarsi sulla storia della persona.

Il rischio dell’etichetta

Quando un bambino inizia a percepirsi solo attraverso le proprie difficoltà, rischia di cadere in quello che in psicologia chiamiamo “impotenza appresa”: la convinzione che l’insuccesso sia inevitabile e che gli sforzi e l’impegno non possano cambiare l’esito delle attività . In questi casi, il problema non riguarda più solo la dimensione didattica, ma la ferita che si crea è all’immagine di sé.

Rafforzare i processi “invisibili”

Mentre la scuola e i percorsi riabilitativi si occupano della tecnica (come compensare la lettura o il calcolo), il supporto psicologico si occupa del “motore” dell’apprendimento. Per andare oltre l’etichetta, occorre lavorare su quattro pilastri fondamentali:

L’Autoefficacia: è la percezione concreta di sentirsi capaci in ambiti specifici, Per esempio, è sentire dentro di sé: “So come si risolve una divisione”, “Sono capace di calciare bene una punizione”, “So di saper disegnare ciò che immagino”.
Più sono gli ambiti in cui il bambino sperimenta questo senso di efficacia,  più la sua autostima generale diventa solida.
Possiamo aiutare il bambino a riconoscere i propri successi in modo autentico e realistico, evitando di lodarlo a prescindere e mettendo in luce che ogni progresso non è casuale ma il risultato di strumenti e impegno messi in campo.

Il Locus of Control: è il rapporto di causalità che attribuiamo a ciò che ci accade. Ad esempio:  ho avuto un’insufficienza in matematica e penso “ era troppo difficile”, “l’insegnante ce l’ha con me”, “sono sfortunato” (locus esterno). In questo scenario sentirò di non avere potere sugli eventi e questo genererà passività e frustrazione. Oppure posso pensare “ non ho studiato abbastanza”, “ho capito male la consegna”, “ho usato lo strumento compensativo sbagliato” (locus interno). In questo caso sentirò  di essere io ad avere il timone e che l’esito dipende dalle mie azioni ed è quindi modificabile.
Può rivelarsi assai utile aiutare il bambino a passare da affermazioni come “sono sfortunato” a affermazioni come “posso fare…”. Comprendere che il risultato dipende dall’uso strategico dei propri strumenti può trasformare la frustrazione in sensazione concreta di avere un ruolo attivo negli eventi della propria vita.

Il Coping: è l’insieme di strategie, mentali e pratiche, che mettiamo in atto per far fronte a una situazione stressante o difficile.
Immaginiamo che il bambino davanti a un compito faticoso provi rabbia o sconforto: il coping è la modalità con la quale sceglie di reagire.
“Non faccio il compito”, “Piango perché non so farlo”, “Chiudo il libro”, sono strategie di fuga tipiche di un coping poco funzionale.
“Mi riposo un po’ e riprovo”, “Chiedo aiuto”, “Uso la mappa per capire meglio”, sono invece esempi di strategie di un coping funzionale.
Possiamo aiutare il bambino a sviluppare delle buone strategie di coping, non eliminando la fatica, ma mostrando che si può attraversare una situazione stressante senza lasciarsi sopraffare dall’emozione.

La Comunicazione in Famiglia: una comunicazione aperta e supportiva può contribuire a creare un clima affettivo in cui il bambino riceve l’energia necessaria ad affrontare le tensioni scolastiche.
Ad esempio, anziché focalizzarci sul risultato possiamo provare a sottolineare il processo: la frase “vedo che ti sei impegnato moltissimo per questo compito” comunica al bambino che la sua fatica è riconosciuta e rispettata.
Allo stesso modo è importante che il bambino sappia che il suo valore come figlio non è legato alla prestazione scolastica. Una comunicazione sana rimarca questa distinzione, riducendo l’ansia da prestazione.

Un nuovo sguardo

L’apprendimento è un atto emotivo. Se un ragazzo si sente sicuro, accolto e consapevole dei propri punti di forza, la diagnosi DSA smette di essere un muro insormontabile e diventa una mappa per trovare la propria strada, diversa dalle altre ma non per questo meno luminosa.

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